Marche funèbre

RECENSIONE A CURA DI CLAUDIO “KLAUS” CAUSIO

Il 2020 è l’anno del rilascio del quarto full-lengh dei Marche Funèbre, doom-death metal band belga che lancia un album composto da sei tracce, della durata complessiva di circa un’ora. Il titolo del disco è Einderlicht, termine olandese che significa, pressappoco, “luce alla/della fine”, un concetto intraducibile in una singola parola italiana, ma attorno cui gira l’intera opera, che si concentra sulla strana capacità dell’essere umano di uccidere deliberatamente qualcuno. Il tutto è inserito in un contesto cupo e oscuro, tipicamente doom, dove i ritmi contemporaneamente lenti e incalzanti fanno da padroni, che quasi fa contrasto con la bellissima copertina, a cura di Brooke Shaden, dove regna la luce, con l’eccezione della colonna di fumo che attira immediatamente l’attenzione e la concentra sul petto dell’individuo in fiamme al centro della rappresentazione.
Come si accennava, l’album è composto da sole sei tracce, la cui durata però varia dai sette ai dieci minuti l’una, il che fa emergere il mastodontico impegno compositivo che i Nostri hanno messo sul piatto nella stesura di questo album, i cui brani sono stati scritti durante il triennio 2016-2019. Incrociando però questo dato con l’altro, che vede i Marche Funèbre rilasciare addirittura due lavori nel 2017 (oltre al precedente disco d’esordio, datato 2014), è facile comprendere tutta l’esplosività e l’ispirazione che muovono i cinque belgi, di cui, ammettiamo di esserne colpevoli, non abbiamo ancora dato una degna presentazione: Arne Vandenhoeck prende posto dietro al microfono, giocando con la sua stessa versatile voce, passando da uno scream marcato e potente ad un pulito cristallino ed orecchiabile; Peter Egberghs si dedica ad una chitarra e ai cori, mentre l’altra sei-corde è in mano a Kurt Blommé; Boris Iolis, invece, è il bassista, anche lui contemporaneamente corista; infine, alle pelli siede Dennis Lefebvre.
Osservando il disco più da vicino, si possono notare elementi comuni a tutte le sei tracce che lo compongono, come per esempio la prevalenza della voce in scream, come detto, che ben si sposa con quella pulita, e i ritmi lenti che qua e là si lasciano andare a tempi più incalzanti. L’ascolto di Einderlicht è sorprendentemente piacevole, nonostante la dominante componente estrema, grazie alla sezione strumentale, la quale spesso e volentieri si prende le luci della ribalta dando origine a momenti coinvolgenti e particolarmente orecchiabili: ne è un esempio il riff portante di Deformed, di cui è da sottolineare anche la sezione vocale che, tra cori e voce principale, concorre a produrre uno di quei passaggi catchy di cui sopra, che nel corso del brano ricorre spesso.
Ogni pezzo ha qualcosa da dire, entra fino nelle viscere dell’ascoltatore, che non può far altro che introiettare quel che viene urlato nelle sue orecchie e lasciarsi andare ad un viaggio dentro i meandri più cupi dell’essere umano. Così tutto scorre velocemente e, senza neanche che il viaggiatore se ne renda conto, sorge una “luce alla fine” di questo oscuro percorso. Si varca però la soglia di ingresso in sordina, Scarred è infatti introdotta da una melodia cantilenante, espressa dalle due chitarre con la complicità del basso e della voce limpida, che per niente lascia presagire quel che sta per arrivare. È lo scream a spegnere le luci su questo momento quasi idilliaco, portando gradualmente l’ascoltatore sotto una violenta tempesta di cupa cenere. Ora il cielo è oscurato, non si può far altro che attraversare la coltre. Per questo, una batteria ritmata e potente lancia The Eye of the End, il cui ritornello non può che rimanere impresso nelle orecchie di ascolta.
Quiete. Da qui prende le mosse l’intro di When All Is Said, che quasi ricorda Battery dei Metallica. In fondo, il principio è il medesimo: una cullante tranquillità rotta dalla prepotenza delle distorsioni, cui, nel caso dei Nostri, si aggiunge anche l’ormai familiare voce graffiante in scream di Vandenhoeck. Anche qui emerge un momento particolarmente orecchiabile di botta e risposta del cantante con se stesso. Insomma, tutti gli elementi già elencati ricorrono, come del resto per tutto il disco, dando vita a forme sempre nuove e sorprendenti del doom dei Marche Funèbre, che rendono il lavoro particolarmente piacevole, nonostante a primo acchito sembrerebbe di trovarsi di fronte qualcosa di davvero difficile ascolto. Non mi si fraintenda, Einderlicht non è per niente semplice, soprattutto per chi, come chi scrive, proviene da altri e più miti lidi; tuttavia, l’album qui in esame è decisamente più scorrevole e piacevole di quanto ci si aspetterebbe solo informandosi circa il genere della band ed il minutaggio delle tracce.
Una nota di merito, attribuita da chi scrive alla band belga con grande orgoglio, a favore del brano successivo, The Maelstrom Mute, perché, per scrivere il relativo testo i Nostri si sono serviti di una poesia del poeta italiano Cesare Pavese, dal titolo Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1950), risultandone una traduzione più o meno fedele. Leggiamo il fatto di aver lasciato predominare la voce pulita in tutto il brano (l’unico con questa particolarità) come un omaggio al nostro illustre connazionale, in modo da rendere le sue stesse parole del tutto comprensibili.
Seguono Deformed, di cui si è già detto, ed Einderlicht, title track e brano conclusivo, che musicalmente aggiunge poco o nulla a quanto ascoltato finora, ma che vogliamo comunque sottolineare in quanto prima canzone della band ad essere scritto in olandese.
Ci siamo serviti spesso di metafore per descrivere quel che questo album ci ha trasmesso, ma siamo certi di non esserci riusciti in pieno. Einderlicht è, come si è detto, un viaggio nei meandri dell’uomo, in uno stile che vuole fuggire i pregiudizi che spesso le frange estreme del metal subiscono. I cinque belgi non sono intenzionati a fare solo rumore, vogliono scrivere bella musica, e lo fanno, i loro testi non vogliono essere inconcludenti perché incomprensibili ma, lo abbiamo notato in The Maelstrom Mute, sono ragionati, intelligenti. Insomma, i Marche Funèbre hanno dedicato molta attenzione alla loro composizione: il risultato è un album che è agli antipodi di quel che si pensa possa essere ad uno sguardo superficiale. Einderlicht è infatti un perfetto misto di sonorità dure, aggressive e altre rilassanti ed armoniche, incapace di stancare chi ascolta, ma abilissimo a rimanere impresso nella sua mente, grazie a melodie orecchiabili mai scontate, sia per quanto riguarda la sezione strumentale che quella vocale. È un album particolarmente trasversale, in grado di sia coinvolgere anche chi nel metal estremo a malapena ci galleggia sia di piacere a chi invece qui ci sguazza. VOTO 8

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