John Mcris

RECENSIONE A CURA DI ENZO “FALC” PRENOTTO

Ark è il titolo del debutto solista del chitarrista John Mcris che probabilmente non è conosciuto da moltissimi a meno che non si segua la scena metal greca con molta attenzione. Il buon John proviene (e ci suona tutt’ora) da una band storica della scena ellenica ovvero gli Anorimoi che in realtà non hanno nulla da spartire con questo album. Questa band di folli erano dediti ad una sorta di heavy/thrash metal ad alto tasso di ironia per via di testi deliranti e divertenti specialmente nei confronti di gruppi di un certo calibro (impossibile non ridere grassamente davanti a titoli come Kings Of Feta, S.O.S. απ’το W.C. o Farting The World). In questo Ark invece viene fuori l’anima più virtuosa e tecnica di John che imposta l’album in maniera totalmente strumentale con l’ausilio di qualche ospite alle tastiere. Il disco si ispira prevalentemente alle colonne sonore dei videogame degli anni ‘80/’90 e non a caso moltissime melodie presenti nell’album richiamano le atmosfere videoludico/fantascientifiche di quegli anni come una delle tracce più interessanti e visionarie del lotto chiamata “Twin Paradox” che punta molto su di una costruzione sonica “sentimentale” piuttosto che tecnica. Punto di forza di quest’opera è proprio il fatto che non si cerca la masturbazione esecutiva fine a sé stessa prediligendo l’aspetto emozionale anche se a volte non tutto fila liscio e gli scivoloni compaiono. Il problema non è tanto sull’aspetto strumentale ma su quello compositivo dato che la maggior parte delle canzoni non sono abbastanza “forti” per poter competere con l’innumerevole mole di colleghi nel settore. I riffs alla Joe Satriani della titletrack “Ark” pur con un groove discreto non impressionano nonostante qualche giro di tastiera prog metal e passaggi acustici piacevoli lasciando emergere cura nei dettagli ma poche idee consistenti. Non va tanto meglio con la lunga “Return” che porta troppo alla noia mentre la ballad dai toni epici”Beyond The Stars” dà una forte sensazione di già sentito. Di fatto si sente che il musicista non si prende troppo sul serio e si pone in maniera umile ed atta a coinvolgere senza appesantire l’ascolto con inutili virtuosisimi (tranne qualche punta eccessiva nell’immediata “The Grid”) ed ispirandosi a chitarristi come Adrian Smith, Roy Z o anche Elias Viljanen nella easy listenting “Neo Paradise”, molto pacata ed ai limiti del pop per il suo arrivare diritto al punto senza inutili giri di corde. Le tracce forse più rappresentative e che potrebbero costituire un buon punto di partenza sono “Dusk” con il suo crescendo darkeggiante ed apocalittico e la bella “Upside Down” dove finalmente vengono fuori delle belle intuizioni come la combinazione di elettronica e sfumature epiche ed un gusto negli assolo molto raffinato. Purtroppo nel complesso non si può gridare al miracolo ma nemmeno bocciare facendo precipitare il lavoro nel solito limbo. Da una parte sarà osannato ed apprezzato dai soli musicisti e fanatici della chitarra, dall’altra non riuscirà a venire fuori per essere ancora acerbo e con poca carne al fuoco. Ci fosse magari stata più ironia e follia magari sarebbe potuto venire fuori qualcosa di originale riuscendo a rapire anche gli ascoltatori che non frequentano gli album strumentali abbagliati da qualcosa di trasversale. Così facendo il tutto si rivela troppo di mestiere e scarsamente competitivo per quanto sia godibile per un paio di ascolti.Per fare un disco strumentale servono coraggio e solidi attributi non solamente la competenza tecnica. Un discreto esordio ma non ci si aspetti nulla di più rispetto al 90% dei dischi strumentali composti dai chitarristi. VOTO 6.5

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