Cyrax

RECENSIONE A CURA DI ENZO “FALC” PRENOTTO

I milanesi Cyrax sono una band decisamente strana e particolare. Nato fra il 2012 ed il 2013, questo quintetto nel giro di pochi anni pubblica due album raccogliendo non pochi consensi ed affermandosi come una peculiare realtà nel metal nostrano. Dopo il secondo disco comincia un ingarbugliato e continuo cambio di lineup lasciando le redini unicamente nelle mani del cantante Marco e del batterista Lorenzo che circa cinque anni più tardi mettono insieme una nuova formazione (con una mostruosa mole di ospiti) e pubblicano la terza opera ossia questo Experiences tramite la Wormholedeath Records. Dal lato sonoro bisogna prendere la situazione con le dovute attenzioni in quanto si parla di metal ma non in senso stretto dato che le fonti di ispirazione sono parecchie e prima di tutto vanno ricondotte ad un determinato filone che non ha avuto molta fortuna però ha diverse bands che portano avanti quel pensiero. Per comprendere i Cyrax bisogna avere bene in mente l’avant-garde metal norvegese, in primis, degli anni ‘90 (Arcturus e Vulture Industries) miscelandolo anche a qualche act italiano più di nicchia come i Give Us Barabba o gli schizofrenici And Harmony Dies; in questo modo si avrà un minimo di idea su cosa si andrà ad ascoltare anche se i Cyrax vanno ancora più in là fregandosene di qualunque limitazione. L’inizio a nome “Notes From The Underground” (dopo la liturgia acustica di “Ut Queant Laxis”) è decisamente affilato e duro, ai limiti del thrash metal soprattutto nelle chitarre, prediligendo ritmiche complesse dimostrando ancora una volta che il livello tecnico è decisamente alto; anche il cantato fa continuamente uso di dinamismi (dallo scream classico heavy metal al growl) e si intreccia al meglio con le bordate violente ed il lavoro melodico degli assolo. Dalla traccia successiva si aprono le porte per l’inferno (o il caos se si preferisce) perché qui la band pigia ancora di più sul versante del “buttiamoci dentro qualsiasi cosa”. Non è facile dare un’opinione oggettiva sulle rimanenti tracce dato che c’è un esagerazione di qualsiasi cosa: duecento generi miscelati senza un senso apparente, tecnicismi a cascata, teatralità malata e un senso dell’orientamento praticamente nullo. “Dorian Gray” sbaraglia tutto e tutti, fra piano jazz ed acrobazie vocali, ma è solo la punta dell’iceberg. Senza andare troppo nel dettaglio si sappia che nel giro di una manciata di tracce si susseguono minimo una decina di generi diversi (l’ironicissima “Truemetal” in particolare tira fuori elettronica, country, jazz, folk, sinfonie varie e musica classica) cambiando continuamente le carte in tavola lasciando un forte senso di perplessità nella testa dell’ascoltatore. I giri di basso funambolici di “Reflections, Pt.2” lasciano spazio ai cori maestosi della simil-fantasy “Óró (‘sé do bheatha ‘bhaile)” per poi virare verso il techno-thrash di “Wozzeck” e “Преступление и наказание (Global Warming)”, la fusion di “Odysseia” per finire alla pazzia della doppia traccia “Infinito – Prologo” che inserisce dentro anche il cantato in italiano, riferimenti a Dante e pure il flamenco. Rispetto agli album precedenti la confusione è decisamente più marcata e cerca di non prendersi troppo sul serio. Da un lato l’ironia può essere considerata un punto di forza ma dall’altro l’esagerare non porta sempre a buoni risultati. L’avant-garde è una brutta bestia e pochi sanno essere convincenti nel riuscire a plasmarla a piacimento; i Cyrax ci provano con discreti risultati che potrebbero fare gola unicamente ai patiti della follia e della tecnica ma per gli altri sarà difficile andare oltre il secondo ascolto. Un esperimento poco riuscito che andrebbe interpretato più a gusto personale ma in questa sede bisogna prendere una posizione oggettiva. Un piatto troppo ricco di sapori con il risultato di non sentirne nemmeno uno. Peccato. VOTO 6.5

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