Arcane tales

RECENSIONE A CURA DI CLAUDIO “KLAUS” CAUSIO

Mi sono imbattuto per la prima volta in Arcane Tales, one man band di Luigi Soranno, circa un anno fa, in particolare nel suo quarto full-lengh, “Power of the Sky”. Le mie impressioni furono, tutto sommato, favorevoli, avevo apprezzato in particolare l’idea per niente pretenziosa che aveva mosso il musicista veronese a formare questo progetto, ovvero quella di sfruttare il symphonic power metal per mettere in musica i suoi stessi romanzi. Insomma, a mio avviso, Soranno non aveva dato vita agli Arcane Tales per “sfondare” nel metal, ma semplicemente per “divertirsi” a dare un contorno, una colonna sonora alle sue storie. Perciò, nonostante tutti i suoi difetti di originalità, i suoi debiti così evidenti nei confronti di altri gruppi più celebri come Rhapsody o Twilight Force, la mia impressione era stata, come ho già detto, per lo più favorevole.
Quando mi sono approcciato al nuovo lavoro, “Tales from Shàranworld”, non ho potuto che richiamare alla mente tutte queste riflessioni, quindi mi sono aspettato un album che pagasse il debito a Luca Turilli, Staropoli e tutti coloro che hanno fatto la fortuna del symphonic power, e non sono stato deluso: orchestrazioni potenti, ritornelli pomposi, doppia cassa incalzante e assoli in chiaro stile “neoclassico” (come il già citato chitarrista triestino ama definire la propria tecnica degli anni nei Rhapsody of Fire). Come il precedente, l’ultima fatica discografica di Arcane Tales è un’apoteosi fantasy di luoghi comuni, dai testi ai titoli, fino all’aspetto musicale, le melodie, le tecniche sfruttate o gli strumenti impiegati. Come per Power of the Sky, non posso che lodare il lavoro di Soranno in fatto di composizione ed esecuzioni, essendosi egli dedicato a tutto ciò che è possibile ascoltare, riuscendo a produrre un nuovo disco in circa un anno, laddove altri gruppi impiegano un tempo anche maggiore. L’altro lato della medaglia è rappresentato però dalle carenze, evidenti, che Tales from Shàranworld soffre. Si è già parlato della scarsa originalità dietro al lavoro, giustificandola tramite l’obiettivo che, a nostro avviso, Soranno si è prefissato sin dall’inizio della sua avventura musicale, ovvero non quello di lasciare un segno nel metal ma quello di tramandare i suoi stessi romanzi, consegnando loro un’adeguata colonna sonora; non è però finita qui: il disco infatti presenta una produzione non degna del lavoro compositivo che c’è alle sue spalle, per cui spesso le orchestrazioni o le melodie che dovrebbero esaltarsi ed esaltare il brano risultano coperte o troppo cariche, al punto che riesce difficile, a chi ascolta, distinguerle dal tappeto strumentale di accompagnamento. La voce non emerge mai, il che, insieme con il resto degli aspetti poc’anzi elencati, non favorisce certo l’orecchiabilità. Il risultato è un album composto da tredici brani, di cui però nessuno si innalza sopra gli altri, risultando tutti troppi uguali a se stessi, se non per qualche momento qua e là. È il caso del ritornello di The Banquet o del riff portante di Ghostly Whispers, i quali però necessitano di diversi ascolti per rimanere impressi nelle orecchie del pubblico.
Insomma, l’album sembra costruito come un insieme di inni, il che significa che nessun brano è veramente un inno, essendo tutti caratterizzati dai medesimi elementi: cavalcate potenti e pompose, cori lirici, orchestrazioni preponderanti, il tutto accompagnato da una sezione ritmica scandita quasi sempre da una doppia cassa incalzante, che spesso si impone fin troppo. Come si è già detto, qua e là la composizione riesce a restituire dei momenti che emergono dal resto del lavoro, ma troppo esigui per poter indicare un brano significativo ed emblematico: a nostro avviso, ciascun pezzo può essere assunto a questo ruolo! Si potrebbe pescare una qualsiasi delle tredici tracce per comprendere la struttura generale del disco. Restando tra le linee guida più seguite nell’ambito del symphonic power, mancano, ad esempio, una ballad (unico pezzo che ci si avvicina è il nono, Rainbows’ Valley, composto però da un minuto e mezzo di arpeggi di chitarra con un accompagnamento orchestrale, manca la voce, ancor più una melodia cullante e al contempo in grado di trascinare l’ascoltatore su altri lidi. Insomma, è più un momento di passaggio che un brano vero e proprio. Soranno ha di recente proposto una sua cover di Wings of Destiny dei Rhapsody, emblematico esempio di quel che intendiamo) o il classico pezzo che sfora i dieci minuti, spesso posto in conclusione.
Se dovessi scegliere un brano che possa rappresentare al meglio l’intero disco e che sia, al contempo, anche il migliore, sicuramente opterei per l’undicesima traccia, Screams the Eternal Fortress, in quanto la sua composizione risulta particolarmente riuscita, meglio rispetto al resto del disco, e orecchiabile, anche se, comunque, il confine fra essa e le altre è davvero sottile.
In conclusione, sono molti i pregi di Tales from Shàranworld, ma anche i difetti. Procedendo con ordine, tra i primi è possibile annoverare senza margine di errore l’indubbia abilità compositiva di Soranno, in grado di dedicarsi all’intera scrittura ed esecuzione del disco. Altro aspetto sicuramente positivo è la capacità di immersione nelle ambientazioni che l’autore vuole evocare: sin da subito ci si sente infatti trascinati in quel mondo fantasy che la mente di Soranno ha partorito, fatto di guerrieri, draghi, orchi e magia. D’altro canto, però, musicalmente il disco si attesta sulla sufficienza: manca di originalità ed è carente dal punto di vista della produzione. Si badi, non che sia lavorato male, ma semplicemente un’opera di questo stampo richiede una maggior attenzione qua e là. Tales from Shàranworld suona come i primi lavori dei Rhapsody degli anni ’90, il cui suono è sicuramente meno nitido e limpido di quanto potrebbe esserlo oggi con le tecnologie più avanzate (lo stesso Staropoli, per Legendary Years, ha sottolineato la necessità di registrare nuovamente alcune hit del passato per dare nuovo lustro a brani epocali grazie al progresso nell’ambito della produzione). Come si è detto, maggior attenzione alla produzione avrebbe forse significato anche meno anonimato per i brani, tra i quali è difficile scorgerne qualcuno (ne abbiamo comunque scelto uno, Screams the Eternal Fortress) che possa emergere ed ergersi ad emblema per l’intero lavoro che, alla fin fine, risulta ripetitivo, seppure mai (bisogna sottolinearlo!) sgradevole: insomma, l’album scorre piacevolmente, ma senza infamia e senza lode. VOTO 6.5

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