Animalhouse

RECENSIONE A CURA DI LEONARDO FABBRI

“Living in black and white” è il debutto discografico degli AnimalHouse per la Punishment18 Records.
Band friulana attiva da oltre 10 anni, con all’attivo oltre 700 esibizioni nel territorio italiano e straniero e con numerose esperienze come gruppo di supporto a band di primo livello. Nasce come cover band di Led Zeppelin, Black Sabbath, Deep Purple, Metallica, Motorhead…
I brani sono eseguiti dai sei elementi nelle figure di Antonio Boscari (voce), Carlo Venuti, Claudio Livera, Thomas Titze, (chitarre), Andrea Attollino (basso) e Massimo “Ginger” Bravo ( batteria).
Emerge senza alcun dubbio la loro esperienza, la loro gavetta, tra i più disparati stage, dove prevale la voglia di suonare, di divertirsi e di mettersi in gioco. Molto precisi, grintosi, eseguono un Metal potente con venature melodiche, Epic, con chiari riferimenti German Style tipico degli anni 90. La Ritmica è piena, negli assoli è presente il gusto e l’armonia coniugato con la velocità (gli assoli che si capiscono) e la linea di basso-batteria precisa e potente anche se un po’ retrò ma non eccessivamente, ricca di quelle frequenze basse, quelle serie, quelle sane, che avrei preferito sentire più presenti. A ogni modo il lavoro di mixaggio in studio è coerente con una buona dinamica sonora. Ogni brano è molto ben arrangiato. Chi suona lo fa con il giusto feeling, il cantante ha una voce decisamente adatta per il genere proposto, intonato, timbro ed estensione non comuni, a scapito però di una pronuncia inglese che non ritengo sempre apprezzabile, non sufficientemente almeno.
A mio avviso sei degli otto brani proposti da AnimalHouse hanno un grande potenziale e ”Living in black an white” è un ottimo debutto.
Partirei quindi dall’inizio, dopo un breve intro di pianoforte riprodotto in un vinile graffiato, la partenza è subito dietro l’angolo e “Need to be me” arriva come un bell’impeto, che mi ricorda vagamente le sonorità dei Vicious Rumors anni ’90. Dopo un buon inizio serrato il brano si esaurisce in modo abbastanza scontato. Il ritornello e l’intermezzo non sono particolarmente efficaci.
Passo oltre e “Ghost of the lonely man” con Michele Guaitoli (Visions of Atlantis) si presenta un inizio meraviglioso, tra i migliori che io abbia mai ascoltato, anche se parlo di band come Helloween. Trascinante e potente fino al minuto 1:40 dove un ritornello, piatto, monotono, mi fa rimanere deluso.
Queste sono le uniche “note” dolenti di questo primo lavoro. Dalla terza traccia a seguire “Living in Black and white” direi che spicca il volo. “The Only Way To Live” è un tipico brano autobiografico della band, eseguito alla perfezione negli assoli e nei riff incrociati delle chitarre. Il testo è classico, come se ne possono trovare molti, ma ottimamente cantato come del resto “Man From Nowhwere”, una furia di doppia cassa con una base ritmica impressionante di chitarre che ti schiacciano contro un muro sonoro. Un brano che non ha niente da invidiare a quelli che i Blind guardian ci offrivano tanti anni fa.
Cinque minuti scarsi di ritmi ridotti per la title track “Living in black and white“. Dalle prime note e dalle espressioni canore sembra un tributo a James La Brie e atmosfere dei Dream Theater di Awake. Notevole power ballad, un peccato solo per la pronuncia inglese non proprio ottima, ma resta comunque un brano di alto livello.
“House of the Revenge” con la partecipazione di Roberto De Micheli (Rhapsody of fire), riporta il livello in elevata velocità rispetto i precedenti, con una maggiore tendenza ad esaltare la parte relativa alla tecnica strumentale a scapito del feeling dove nei brani precedenti risulta più evidente. A mio giudizio non è il brano migliore ma forse quello più complesso.
Il settimo brano “Beyond Your Fate” è il mio preferito. Intro di chitarre di impronta epic, possente nella ritmica, solos ariori in stile Judas Priest di Panikiller. Niente da dire. Brano perfetto.
“Bintars” chiude in bellezza. Omaggio agli amici motociclisti, con Paolo Crimi (Extrema) come special guest. Il brano è accattivante, trascinante, forse primo loro inedito, riconoscibile per quella punta di “acerbità”, se così si può dire. Lascia comunque un bel ricordo e una bella atmosfera.
Conclusioni: AnimalHouse (gran bel sound) con “Living in black and white” hanno esordito in maniera veramente notevole. Le influenze musicali si sentono e vengono manifestate in modo diretto e con orgoglio. Il potenziale è presente, i miei complimenti.
L’asticella per me è posizionata in alto, fin da ora anche se, ovviamente, l’obiettivo è quello di fare sempre meglio.
Ritengo che ci siano tutte le carte in regola per essere buoni musicisti. E, come si suol dire in questi casi: l’appetito vien mangiando. VOTO 8

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