Anubis

RECENSIONE A CURA DI ENZO “FALC” PRENOTTO

Novembre 2020. Dopo due EP promettenti i quattro ceffi di Los Angeles, chiamati Anubis, ritornano sulla scena power/thrash metal con un nuovo dischetto di quattro tracce dal titolo anthemico Hurricane Of Hate che vede nuovamente la medesima formazione alle prese con il proprio sound massiccio ma stavolta con diverse novità che guardano molto ad una certa sperimentazione creando un prodotto molto di “passaggio” che mostra un’evoluzione particolare che potrebbe non piacere a molti perché in parte o quasi smonta moltissimo di quanto fatto in passato per delle scelte parecchio “impopolari”.
Il cambio di rotta non solo è palpabile ma travolge come un treno in corsa. “Split The Earth In Two” suona come una profezia sonora. Qui il thrash metal regna lanciato a tutta velocità prediligendo stavolta dei suoni di batteria troppo artificiali (il drumming di Robin pare di plastica per non dire “finto”) mentre gli assolo incendiari del passato diventano totalmente neo classici perdendo di freschezza e privilegiando la tecnica. I ritornelli e le linee vocali sono sempre coinvolgenti grazie alle vocals fiere e maschie del cantante/bassista Devin che stavolta punta anche ad un lavoro di basso pieno e rotondo e lo si sente perfettamente nella successiva “Wings Of The Warbird”; qui il lavoro melodico è ben accentuato nonostante ci sia la pecca di un eccessivo uso di armonie di chitarra alla Iron Maiden. In “My Aphrodite” la band si cimenta in una sorta di semi ballad elettrica che ricorda gli Helloween attuali; la traccia cresce sempre di più e sciorina una mitragliata power verso le parti finali. Un episodio meno duro ed in fin dei conti non stona troppo anche se ha qualcosa che non pare proprio nelle corde del combo americano. La titletrack “Hurricane Of Hate” riporta il sound al grezzo del passato con bastonate aggressive metalliche piene di assolo feroci e linee vocali ben fatte con strofe sempre cantabili. C’è però molto amaro in bocca quando il dischetto finisce. Seppure sia un EP di transizione pare un gran passo indietro rispetto a quanto fatto poco tempo prima. Musica troppo altalenante ed una qualità compositiva mai lineare che mina pericolosamente il lavoro degli Anubis.
Molte ombre con alcuni miglioramenti che purtroppo sono nascosti in maniera troppo opprimente. La svolta non c’è ancora stata ma forse con il prossimo lavoro ci sarà la quadratura del cerchio. Si vedrà. Per ora una mezza delusione. VOTO 6.5


RECENSIONE A CURA DI ENZO “FALC” PRENOTTO

I californiani Anubis sono una nuova band (nata nel 2018) e fino ad ora hanno pubblicato una manciata di EP lavorando molto sulla composizione per poi arrivare ad un sound più personale possibile. Il primo dischetto chiamato Ashes uscì nel 2019 mentre un anno dopo il quartetto di Los Angeles pubblicò ben due EP. Il primo ed omonimo Anubis esce nell’estate del 2020 e presenta tre tracce tutte ben radicate in un power/thrash metal d’assalto di impostazione americana. Qui si punta molto sull’impatto piuttosto che la varietà e bisogna dire che il risultato riesce a coniugare bene la vecchia scuola ottantiana con un piglio più moderno.
“Everything Disintegrates” esplode fragorosamente con un muro di suono davvero imponente con la coppia di chitarre impegnata in riffs massicci che si dilettano poi in assolo iper veloci e squisitamente metallici. Nota interessante è uno uso della voce molto melodico e mai particolarmente aggressivo ad opera del bassista Devin che si diletta in linee vocali che catturano subito per poi farle impennare con ritornelli ben composti e memorizzabili integrandoli anche con cori da stadio. Emerge una notevole capacità di creare un perfetto equilibrio tra potenza e melodie senza contare il fatto che non ci sono quei fastidiosi e statici riffs ribassati usati e abusati da troppi colleghi. “Sin For Me” ricalca la dose in maniera ancora più deflagrante aumentando la rocciosità ed allo stesso tempo definendo meglio le melodie, sempre centrali e mai sopra le righe o eccessivamente zuccherose. Il finale punta invece sulla violenza e la micidiale “Prayer For The Prey” irrompe serratissima e veloce con schitarrate in puro stile thrash metal senza che per forza si abbia la sensazione di già ascoltato. Un’altra qualità del gruppo è appunto quella di non copiare spudoratamente senza sembrare una cover band dei big del genere. Ovviamente nulla di particolarmente originale eppure si sente che c’è qualcosa di più.
In definitiva questo EP è un bel secondo passo in avanti che potenzia le abilità dei quattro musicisti soprattutto a livello strumentale. Si spera che migliori anche la creatività e le premesse sono buone. VOTO 7.0

Pubblicato da bookofmetal

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